Si è soliti pensare all' Italia come un paese di immigrazione e non di emigrazione.  Invece, sempre più allarmante è la "fuga di cervelli" che rappresenta una realtà attualissima. L'espressione indica la migrazione verso paesi stranieri di persone di talento o di alta specializzazione professionale e il problema si presenta quando il saldo tra gli studiosi che lasciano un paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono è negativo. Il fenomeno è visto con preoccupazione perché rallenta il progresso culturale, tecnologico ed economico, fino a rendere difficile l'esistenza stessa nel Paese. Perciò come può l'Italia avere un futuro di nazione civile, in un mondo che concorre sempre più sulla base dell' innovazione e della cultura?

 

Deve dare l'opportunità ai nostri "giovani talentuosi cervelli" di avere un futuro coerente con le loro attese e competenze di alto livello.

Come sostiene Enrico Moretti, economista a Berkeley "il messaggio che l' Italia dà ai giovani è quello di non potercela fare perché qui è tutto difficile". O fin troppo facile per alcuni: nel nostro paese la meritocrazia non ha voce perché è calpestata dall' elevata corruzione, che porta al successo lavorativo persone non competenti. Si ha anche una bassa mobilità sociale; i giovani italiani, seppur capaci e meritevoli, faticano ad affermarsi professionalmente e vedono disperdersi improduttivamente il loro capitale umano. Per tutti questi fattori economici e sociali i giovani italiani sono spinti a cercare speranza e lavoro all' estero, come lo stesso Moretti ha fatto e con lui circa 12.000 ricercatori ogni anno.  Invece, l'Italia non sta facendo quasi nulla per richiamarli e continua così ad essere un esportatore di talenti. I nostri "giovani cervelli" vengono istruiti da un sistema scolastico e universitario, a cui non viene data la giusta importanza, ma che produce ancora laureati apprezzati in tutto il mondo (caro Renzie, la “Buona Scuola” già esiste!) e che sono spesso i protagonisti della scienza americana.

Per sanare il saldo negativo dell'emigrazione si dovrebbe creare un ambiente che consenta e motivi il ritorno in patria degli emigrati e che attiri laureati stranieri. Si deve dare priorità alla meritocrazia e alla internazionalizzazione e si deve investire molto di più nella ricerca e nella scuola (in Italia solo 1,26 % del PIL, contro una media europea del 2%).

In conclusione nel nostro paese è necessario un generale rinnovo; deve essere dato più spazio e peso ai giovani talenti, visti spesso come un problema e mai come un' opportunità. Finché non verrà offerta loro nemmeno la speranza di creare un futuro stabile in Italia, questa rimarrà  una "generazione invisibile" costretta alla fuga, ma piena di potenzialità.

Alessandra Brondetta, 4B

 

 

 

 

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