Il libro sogna.

 

Che cosa può essere più soddisfacente di iniziare e terminare la lettura di un libro? Un libro di qualsiasi genere e tipo, che sia un romanzo, un testo storico o, ancor meglio, una raccolta di poesie.

 Che cosa può alimentare il desiderio umano di conoscenza meglio di una avventura scritta nero su bianco?

 La lettura non dovrebbe essere occasionale, bensì parte della vita stessa dell’uomo, l’essere più assetato di conoscenza e che ricerca la vita eterna.

 Chiunque legga ha il diritto di sentirsi “immortale”, ovvero colui che conosce sia i personaggi sia gli eventi di diverse epoche storiche, colui che impara e studia gli ideali teoretici e filosofici di vari autori e, infine, l’uomo che sviluppa quel senso critico che lo sostiene e lo aiuta nei momenti di incertezza.

 Se, però, l’uomo desiderasse qualcosa che vada oltre, qualcosa che non solo permetta di crederci “immortali all’indietro”, ma che ci conferisca anche la possibilità di diventare parte di quel patrimonio che verrà studiato dalle genti future, egli può solo scrivere.

 La scrittura che fu e che resta la più importante scoperta e invenzione del progresso umano, è l’unica possibilità che ci possiamo concedere per non essere dimenticati, facendo sì che i nostri pensieri e ideali restino in questa terra, anche dopo la nostra morte.

 E’ naturale che non si possa avere la certezza, soltanto scrivendo, di essere ricordati come noi ricordiamo Montale o Seneca, ma, sicuramente, qualcuno intorno a noi potrà fare tesoro delle nostre parole.

 Solamente tramite la scrittura le persone potranno imparare e comprendere dagli errori altrui, ricercando il virtuoso vivere.

 Ovviamente si possono trovare opinioni contrarie ed avverse.

 C’è chi sostiene che la lettura sia una pura distrazione dalla frenesia quotidiana, che si fermi a svolgere il compito di educatrice, insegnante di un’erudizione ampia, ma non personale.

 C’è chi si allontana dalla lettura, preferendo uno strumento video-uditivo come il film, in qualità di rappresentazione più immediata e semplice degli stessi concetti.

 Per quanto riguarda la scrittura, invece, in questi ultimi anni, quasi nessuno si avvicina più a questa “perdita di tempo”, come spesso viene considerata.

 Scrivere è utile ma rappresenta un fine a se stesso.

 Al giorno d’oggi si scrivono progetti al computer, liste della spesa, un tema a scuola ogni tanto, ma non si scrive mai per se stessi, per la gioia e la completezza che la scrittura diffonde dentro l’animo umano.

 Si scrive l’utile, senza il dilettevole. Dunque, cosa leggeranno i nostri nipoti?

 Queste due forme d’arte, lettura e scrittura, sono indivisibili. Così come risultano indivisibili i colori dalla pittura, o l’anima dal corpo. L’una è direttamente proporzionale all’altra.

 Perciò, chiunque creda che un film possa essere più soddisfacente di un libro, a mio parere, si sbaglia.  Le pagine di un libro permettono la soggettiva interpretazione delle parole di qualcun altro, dando libero sfogo alla propria immaginazione, facendo nostre quelle stesse parole.

 Un libro è la commistione di due vite, due esperienze, e, quindi, due immortalità.  Lettura e scrittura ci permettono di superare la sfera dell’erudizione, insegnandoci a fare nostri quei valori e quei principi che, in questo tempo, sarebbe bene rispettare.

 Leopardi lasciò l’erudizione, durante la sua conversione estetica, leggendo Petrarca, Tasso e Foscolo, i grandi autori, non molto precedenti a lui. Così facendo entrò a contatto con il “bello “che gli permise di aspirare, successivamente, al "vero".Leopardi fu, e ancora oggi è, colui che esemplifica la figura di immortale.

 Egli non solo lesse, ma scrisse e non scrisse di leggerezza o di velleità, scrisse dell’infinito. Egli fu il primo che comprese quanto la vita sia ingannevole e illusoria e quanto sia irrimediabilmente legata al contingente, che nulla può prevedere.  Solo dopo aver compreso ciò, Leopardi si difese. Si difese tramite la cultura ed il suo uso, come filtro della realtà.

 La cultura, come commistione di scrittura e lettura, immortalità passata e futura, può permettere la libertà.

 “ Parlami Giacomo, di come ascoltare l’inquietudine del cuore senza comprimerlo nel petto per troppa paura della vera chiamata alla vita.Scrivimi come si fa a non mettere una corazza attorno al cuore per paura che la vita ci inganni o dopo che ci ha disingannato? Meglio un quieto sopravvivere o un inquieto vivere? Meglio morire per vivere o vivere per morire?”  (Da “L’arte di essere fragili”, Alessandro D’Avena).

 

 

Francesca Ceravolo 5^D

 

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