La rivoluzione robotica che sta rendendo concrete le previsioni fatte per decenni da scienziati porta con sé un carico di aspettative e timori. Da una parte si schierano gli ottimisti che vedono nel progresso tecnologico l’unica strada possibile e percorribile, dall’altra ci sono i pessimisti che valutano come troppo onerosi i costi ecologici e occupazionali della rivoluzione robotica.

 Questo argomento però va affrontato seriamente per le numerose implicazioni nel campo dell’occupazione, della privacy e della giurisprudenza. Infatti, dopo alcune ricerche, ho potuto notare che una delle questioni su cui si sta muovendo l’Unione Europea è quello della disciplina dell’intelligenza artificiale in Europa. La domanda più frequente che viene fatta è se l’intelligenza artificiale vada trattata come un individuo vero e proprio, riconoscendogli una responsabilità civile e facendogli pagare le tasse. Gli Stati rispondono che, se i robot sottraggono alle casse dell’erario i proventi dei lavoratori rimasti senza occupazione, è giusto che vengano tassati dopo averli sostituiti. La questione occupazionale resta prioritaria. 

Nel suo libro "La fine del lavoro", l’economista Jeremy Refkin ipotizza che entro il 2050 l’intero sistema economico mondiale possa essere gestito dal 5% della popolazione adulta, questo proprio grazie alla diffusione dei robot in quasi tutti i settori lavorativi compresi quelli dei servizi. Nella previsione a tinte fosche di Rifkin al restante 95% toccherà il compito di difendersi dalla criminalità alimentata dalla disoccupazione tecnologica e dalla concentrazione delle risorse economiche nelle mani di pochi. Il paradosso della visione di Rifkin è quello di un progresso che, di fatto, imbarbarirà la società creando i presupposti per un futuro molto lontano dalle prospettive utopiche degli ottimisti. Possiamo uscirne con una preparazione scolastica e universitaria in grado di consentirci di ambire a professioni non sostituibili dalle macchine: creatività e alte professionalità non sono sostituibili.

Le professioni artistiche e l’artigianato di qualità hanno maggiori possibilità di sopravvivenza rispetto a professioni che sono sempre sembrate più che sicure. Il posto in banca o quello in un ufficio statale, per anni indicati come roccaforti delle garanzie occupazionali, sono diventate professioni facilmente sostituibili. Chi si occupa dei servizi alla persona, invece, non potrà essere sostituito dalle macchine. Per restare nel mercato  bisognerà studiare più e meglio di prima. La progressiva automazione del mercato del lavoro andrà a discapito dei lavoratori più deboli. La situazione che si prospetta è quella di un mercato del lavoro in cui ci sarà una sostituzione delle competenze richieste ai lavoratori. 

Secondo un’indagine condotta di recente da McKinsey and Company su 830 professioni di diversi settori, solamente il 5% potrà essere completamente automatizzato nei prossimi 10 o 20 anni. Questo significa che con i robot cambierà il modo di lavorare, ma non è detto che le conseguenze siano soltanto negative: la trasformazione potrebbe anche eliminare le parti più noiose e ripetitive, consentendo ai lavoratori di svolgere le attività meno routinarie. Come sempre, quindi, è opportuno pesare con molta cautela i pro e i contro, bilanciando entusiasmi e timori e cercando di trovare il giusto equilibrio, perché il progresso possa ritenersi veramente tale.

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