Beatrice e Laura: due donne e due modi d’amare differenti


Pensando alle due figure femminili che hanno ispirato la poesia di Dante e Petrarca non si può fare a meno di notare il diverso modo con cui gli autori sentono l’amore per le loro adorate donne.

”I’ son Beatrice che ti faccio andare ; vegno del loco ove tornar disio; amor mi mosse, che mi fa parlare”.

Siamo nel Canto II dell’Inferno e Beatrice scende nel limbo in aiuto di Dante.

L’amore che muove Beatrice non ha niente di romantico o sentimentale. Infatti si tratta dell’Amore che muove tutto l’universo; una forza divina che ispira Beatrice per ricondurre Dante a Dio. Pertanto, il sentimento della donna non ha niente a che fare con qualcosa di terreno o sensuale ma è trascendente, portando Dante a elevarsi dalla sua condizione terrena a quella spirituale. La donna angelo diventa una guida che porta il poeta alla salvezza. Non a caso conduce Dante fino al Paradiso, dove termina il percorso di crescita morale e spirituale.

Petrarca vede in modo davvero diverso. Pensiamo ai “capei d’oro a l’aura sparsi” o al lume che “ardea di quei begli occhi”.

Qui Laura, a differenza di Beatrice, è amata con i sensi; il poeta ci trasmette la bellezza dei suoi capelli e la luce dei suoi occhi. La sua bellezza sembra addirittura resistere al tempo che scorre, quando Petrarca con nostalgia la ricorda nel luogo “dove pose le belle membra” nella canzone: “Chiare, fresche e dolci acque”. Perfino un semplice un ramo diventa gentile solo perché lei vi si era appoggiata. Vedendo questi luoghi esplode la nostalgia ed il ricordo torna a quel giorno lontano in cui Petrarca, a quanto pare, stava spiando Laura mentre faceva il bagno nel fiume.
L’amore di Petrarca per Laura sembra davvero lontanissimo da quello di Dante per Beatrice. Nel primo il sentimento e la bellezza della fanciulla è talmente forte da rimanere quasi aggrappato ai luoghi e alle cose che lei ha vissuto in vita. Il secondo al contrario non ha nessuna connotazione terrena.

Anche quando Petrarca sembra idealizzare Laura, mentre si riferisce al suo portamento, dicendo che “non era l’andar suo cosa mortale ma d’angelica forma” , il richiamo all’angelo non ha un significato religioso ma è semplicemente una iperbole galante per accentuare al massimo la meraviglia che si offre ai suoi occhi.

In conclusione Laura ci lascia il ricordo di un amore tormentato e vero, dove si alternano felicità, dolore e nostalgia e che, anche dopo la sua morte, continua a provocare rimpianto nel poeta; invece la figura di Beatrice, proiettata nella sfera divina in cui Dante la colloca, racconta di un amore universale e salvifico. Per questo motivo il modo di vedere l’amore nei due poeti sembra davvero distante anni luce.