Dal Set alla Storia: Il cinema di Rosi e l’istruzione forzata dell’esilio.

Nel mio approccio compulsivo al comprare dvd mi è capitato tra le mani il disco di “cristo sì è fermato a Eboli”. La copertina mostrava un volto intenso, quello di Gian Maria Volonté, e sul retro un’introduzione al film che mi ha convinto a vederlo: “1935: il medico pittore Carlo Levi, condannato al confino, arriva a Eboli; inizialmente gli sembra di essere sepolto vivo, poi inizia a interessarsi al luogo e alla gente che ci vive”. È un’opera del 1979 di Francesco Rosi, vincitrice del David di Donatello, che lascia un impatto fortissimo, quasi come leggere un romanzo storico ma con la potenza delle immagini.

Dal punto di vista cinematografico, sono rimasto folgorato dalle ambientazioni. Rosi ha girato tra i calanchi della Basilicata, in posti come Aliano e il borgo fantasma di Craco. Mi sono chiesto se sia stato difficile ricreare quell’atmosfera così statica e arcaica, ma vedendo il film capisci che quei luoghi sono rimasti davvero sospesi nel tempo, quasi fossero pietrificati. L’interpretazione di Volonté è magistrale: non recita solo una parte, ma sembra davvero incarnare lo sguardo di un uomo che, privato della sua libertà, impara a vedere per la prima volta. È proprio questo cambiamento del punto di vista che mi ha colpito di più sotto il profilo storico e umanistico.

Il regime fascista, con le leggi eccezionali del 1926, pensava di usare il confino per sradicare e neutralizzare il dissenso, ma ha finito per creare un fenomeno opposto. il fascismo ha infatti involontariamente creato un’élite dirigente antifascista più consapevole. Mettendo insieme il professore di Torino, il contadino siciliano e l’operaio milanese, il regime ha “cucito” l’Italia meglio di quanto non avesse fatto il Risorgimento. Senza quel contatto forzato, forse la Costituzione non avrebbe avuto la stessa profondità umana.

C’è una scena nel film che spiega l’Italia meglio di mille libri di testo: è il confronto tra il personaggio di Levi e il sindaco del paese. Levi osserva che “nessuna casa è senza un morto”, eppure la Grande Guerra non interessa ai contadini; per loro è stata solo una “guerra di Roma”. Anche nel 1935, i loro figli muoiono in Abissinia per una storia altrui, per qualcosa che non li riguarda affatto. È una rassegnazione profonda, ma interrotta da scatti di ribellione che portano al brigantaggio, l’unica “guerra” che sentono propria perché è la difesa della loro natura contro una civiltà che li soggetta senza comprenderli. In queste parole ho visto il quadro di un Paese spaccato in due: un’Italia dei palazzi e della propaganda e un’Italia arcaica, fatta di fango e dignità.

Questa esperienza di scoperta non è stata solo di Levi. Approfondendo, ho scoperto che molti altri hanno vissuto una “luce inaspettata” tra le pieghe della privazione. Cesare Pavese, confinato a Brancaleone, passò dallo shock iniziale alla scoperta del “mestiere del vivere” tra le rocce rosse della Calabria. Natalia Ginzburg, a Pizzoli, parlò di una “intensa felicità domestica”, trovando rifugio dalla follia della guerra nella bottega di fronte a casa. E poi c’è Franco Antonicelli ad Agropoli, che usò la bellezza dei colori e il volo degli aquiloni dei ragazzi come una forma di “resistenza spirituale” contro il grigiore del regime. Persino in condizioni estreme, come tra i confinati omosessuali a San Domino o gli intellettuali a Ventotene (dove Rossi e Spinelli progettarono l’Europa unita), l’umanità ha sempre vinto sulle barriere ideologiche. Camilla Ravera, osservando le donne lucane, non provava pietismo ma ammirazione, vedendo nella loro fermezza morale lo specchio della propria lotta politica.

Tuttavia, mentre scrivevo queste riflessioni, mi è venuto un dubbio sottile che forse non avrà mai una risposta definitiva. Questa capacità di riscoprire valori e bellezza in luoghi così duri non era forse un “privilegio” degli occhi di chi, come Levi o la Ginzburg, era culturalmente preparato e intelligente? Mi chiedo se le contadine che accudivano il focolare e lavoravano duramente fossero davvero un segno di resilienza consapevole o se, nella loro ignoranza forzata, fossero semplicemente condannate a portare avanti una società femminile priva di diritti. È facile vedere la poesia nel fango quando sai che la tua mente è libera, ma per chi in quel fango ci è nato e morto, la prospettiva cambia. Eppure, voglio credere che la bellezza sia davvero negli occhi di chi guarda e che la cultura, la dialettica e l’etica abbiano il potere di far brillare qualunque luogo, dalla Lucania più sperduta a una cella di prigione. Questi “eroi della resilienza” ci lasciano una lezione enorme: che la forma più pura di resistenza, ieri come oggi, è semplicemente restare umani.