Genocidio in corso: non disturbare!

In un mondo in cui la verità dovrebbe essere tutelata, accade spesso che chi la porta alla luce venga punito. Le sanzioni, nate per i criminali e per i regimi autoritari, vengono utilizzate anche come mezzi politici per zittire voci scomode. Un esempio di ciò è il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, colpita da sanzioni statunitensi dopo aver svolto il proprio mandato.

Questo evento è stato criticato da alcuni media e da sparuti politici, i quali hanno sottolineato giustamente che le sanzioni sono ingiuste. Infatti, Francesca Albanese è relatrice speciale dell’Onu. Il suo compito è investigare sulle violazioni dei diritti umani, documentare prove, portare alla luce verità scomode.

In tale contesto, stilando una lista delle imprese che traggono profitto dalle attività militari condotte da Israele nella Striscia di Gaza, ha rivelato una verità che gli Stati Uniti volevano rimanesse nascosta. In precedenza aveva inoltre descritto l’occupazione israeliana come un sistema basato su segregazione, espropriazione e violenza strutturale. Durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza, seguita agli eventi del 7 ottobre 2023, ha parlato apertamente di genocidio.

È a seguito di queste prese di posizione che gli Stati Uniti hanno deciso di reagire. Non apprezzando chi svela verità scomode, hanno cercato di ostacolare colei che è diventata un nemico politico, chiedendone anche la rimozione dall’incarico. L’hanno accusata di prendere di mira cittadini statunitensi e israeliani, diffondendo pregiudizi, commenti antisemiti e odio nei loro confronti, cercando di passare dalla parte delle vittime.

Oltre alle accuse, l’hanno inserita nella Specially Designated Nationals and Blocked Persons List dell’Ofac, l’ufficio del Dipartimento del Tesoro che gestisce le sanzioni economiche. È una sorta di “lista nera”, in cui compaiono anche soggetti accusati di riciclaggio, traffico d’armi e narcotraffico, terrorismo internazionale o sostegno a regimi sanzionati. Facendo ciò, hanno dimostrato come il potere politico reagisca duramente quando i propri interessi, anche se non eticamente corretti, vengono messi in discussione.

Dal momento in cui il suo nome è stato registrato dall’Ofac, Francesca Albanese è diventata una “persona bloccata” per l’intero sistema finanziario internazionale. Le banche italiane ed europee sono obbligate a verificare eventuali corrispondenze tra i clienti e le liste sanzionatorie internazionali. Aprire o mantenere un conto intestato a un soggetto inserito in questo registro significa esporre l’istituto ad ulteriori sanzioni, soprattutto economiche.

Non si tratta, perciò, di un semplice ostacolo burocratico: significa essere tagliati fuori dall’accesso al denaro e alla vita economica quotidiana, costringerla a girare con soli contanti. Coloro che hanno rapporti con lei, in particolare dal punto di vista finanziario, possono essere soggetti a sanzioni penali. Il bullismo dell’amministrazione USA ha quindi deciso di annientare la sua vita quotidiana e di isolarla.

Queste misure, tuttavia, non hanno solo un valore economico: Francesca Albanese è stata colpita nella sua libertà di espressione e di opinione, poiché è stata punita non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha affermato. In tal modo è stata colpita nel suo ruolo pubblico, e lei ed altri vengono scoraggiati dall’esprimersi nuovamente.

Tutto ciò avviene inoltre in un momento ci sarebbe il bisogno di reagire a un genocidio che sta avvenendo di fronte a noi. È da sottolineare anche il fatto che tutto ciò sia accaduto nonostante lei abbia semplicemente svolto quanto previsto dal suo mandato, mantenendo un approccio oggettivo.

Il caso di Francesca Albanese dimostra come, ancora oggi, dire la verità abbia un prezzo altissimo. Quando uno Stato potente riesce a colpire un individuo e le istituzioni che dovrebbero tutelarlo non fanno nulla, il problema non riguarda più una singola persona, bensì la libertà di tutti. Se chi denuncia crimini viene punito, allora siamo ancora molto indietro.