Il virus ci ha toccato tutti, richiamandoci alle nostre responsabilità. La situazione in cui ci troviamo richiede che ognuno di noi dia il meglio di sé, sull’esempio degli eroi di questi giorni. Medici, infermieri e operatori socio-sanitari sono infatti persone ordinarie che agiscono, animati dalla dedizione, dalla costanza e dalla determinazione, in un momento straordinario al servizio del proprio paese e dell’umanità intera. Queste persone mettono in gioco la loro stessa vita, con spirito di sacrificio, per salvare migliaia di malati attraverso qualunque mezzo messo a loro disposizione.

Su questi esempi la società deve migliorare. Prima di tutto è necessario imparare ad essere uomini, nel senso migliore del termine: quindi ad essere solidali, inclini all’ascolto e all’aiuto. Sarebbe bello se la solidarietà fosse la lezione di questo periodo, ne diventasse l’eredità, così da farci capaci di improntare i rapporti tra le persone e tra le comunità umane ad una nuova forma di convivenza, meno egoista e più consapevole ed aperta.

Tutti noi abbiamo fatto e facciamo continuamente esperienza del tempo, ma chi sarebbe in grado di darne una definizione?  Il tempo è il paradosso che meglio rappresenta la condizione umana, in quanto appartiene, simultaneamente, ad una dimensione concreta e ad una astratta, ci fa percepire la nostra finitezza, la nostra piccolezza e nello stesso momento la nostra grandezza, la nostra potenza, la nostra energia; a volte vorremmo che si fermasse, che un singolo istante si estendesse all’infinito, mentre altre volte vorremmo che scorresse il più velocemente possibile. Scandisce la musica, rende possibile la creazione di sinfonie e la coordinazione delle varie parti, ma, al tempo stesso, suonando ed abbandonandosi alla musica, esso sembra annullarsi.  E’ regolato da un orologio, è preciso e scandisce le nostre giornate, le nostre ore, rende la nostra vita razionale, governabile, gestibile, ma, al contempo, il suo scorrere ci pone di fronte all’entità più irrazionale che si possa concepire, ovvero al concetto di morte, che ci provoca paura, angoscia, senso di vuoto. 

Cos’è il tempo? E’ qualcosa di oggettivo o qualcosa di soggettivo?

 

Col diffondersi del virus è entrato in crisi il mito della modernità. La scienza e la tecnologia avevano alimentato le nostre sicurezze su uno stato di benessere pressoché garantito. Proprio queste sicurezze iniziano a vacillare ora più che mai.

Tornano alla nostra memoria le epidemie del passato, in particolare quelle descritte nelle grandi opere letterarie, tra cui quella del 1348 descritta nel Decameron e quella portata dai Lanzichenecchi nel XVII secolo, raccontata da Manzoni. Nella nostra memoria troneggia la “Spagnola”, che fece più vittime della stessa Prima guerra mondiale.

Oggi, al pari dei periodi di calamità ricordati, torniamo a fare esperienza della vulnerabilità del nostro vivere. Ciò ci allontana dalle nostre sicurezze, stravolge le nostre certezze, alimentate dall’imponente sviluppo tecnologico che credevamo ci assicurasse uno stato di predominanza sulla natura stessa. Il virus, anzi, utilizza per diffondersi il fenomeno della globalizzazione, che ha caratterizzato lo sviluppo dell’uomo negli ultimi decenni.

Prendiamo nuovamente coscienza della bellezza della vita, come di un bene così delicato che, in qualsiasi momento, può andare perso, e della fragilità della natura umana che, nonostante lo sviluppo tecnologico, risulta sempre essere esposta alle intemperanze della natura.

Il virus stravolge le nostre certezze, cambiando le nostre abitudini, fino ad obbligarci al distacco fisico con le persone. Prendiamo così coscienza delle grandi fortune che prima davamo per scontate: uscire con gli amici, passeggiare all'aria aperta, fare sport e che ora risultano essere così assenti dalle nostre vite, paralizzate e spogliate delle tante gioie di cui ci circondavamo.

In questi giorni in particolare sorge spontaneo un parallelismo tra la vera e propria pandemia e l'infodemia, virus anch'esso pericoloso e dilagante. Quest'ultima consiste, secondo l'enciclopedia Treccani, nella “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”. 

Sembrerebbe eccessivo definire l'infodemia come pericolosa, in quanto sembra legata solamente alla negligenza o all'incompetenza delle persone. Questo “virus” può provocare anche danni alla salute originati proprio dal dare ascolto ad informazioni errate. In questi giorni è divenuto famoso il caso comune di centinaia di americani che hanno bevuto candeggina per cercare di disinfettarsi la gola provocando seri danni alla propria salute. Molte persone, addirittura, nello stesso periodo, hanno iniziato a mangiare aglio, alimento proposto da molte fonti, ovviamente non attendibili, come in grado di far diminuire il rischio di contagio. 

È inoltre possibile ipotizzare come molte fake news, diramate con intenti subdoli, abbiano aiutato l'espansione del contagio. La grande insistenza sulla possibilità del virus di arrivare in Italia attraverso persone di nazionalità cinese potrebbe aver contribuito all'iniziale dilagare del Coronavirus nella nostra penisola, facendo passare inosservati i primi casi, magari causati da italiani di ritorno dalla Cina. 

La mente umana è, al tempo stesso, geniale ed assolutamente stolta, razionale ed assolutamente irrazionale, priva di senno. E' incredibile come da un lato l'umanità, grazie al suo ingegno, sia riuscita a costruire una società che garantisca qualsiasi tipo di comfort, ma dall'altro, a causa dell'ignoranza, la maggior parte della popolazione non abbia idea di come questa società funzioni. La mente umana viene definita al tempo stesso geniale e patetica, brillante e stolta, proprio per la sua capacità di raggiungere obiettivi davvero alti, di superare limiti insormontabili, per poi cadere in stupide banalità, dimostrando, spesso, di aver agito senza la guida della ragione. La causa di ciò è la natura umana, duplice, poiché in parte sensibile, in parte razionale: il tempo avrebbe dovuto far sì che, attraverso l'incivilimento, la seconda inclinazione arrivasse a predominare sulla prima, in modo da annientare tutti quegli istinti primordiali che ci allontanano dalla condizione che ci eleva come uomini, che ci permette di vivere in società, nel reciproco rispetto. Purtroppo, il progresso scientifico, conseguente a quello dell'ingegno (della facoltà conoscitiva), non va di pari passo con quello civile, ovvero con la soppressione di istinti, propri dell'essere umano, ma non ammissibili in una vita in società, e l'esempio più eclatante di ciò sono state le due guerre totali, dove è stato messo in evidenza come il progresso tecnico e scientifico abbiano portato all'annullamento della stessa dignità umana, o anche come, durante la colonizzazione, il desiderio di fama, di gloria, la sete di conquista abbiano causato la morte di numerosi innocenti.

 

In questi due mesi di lock-down si è parlato molto della scuola e in particolare della didattica a distanza come unico strumento per continuare a svolgere le lezioni e finire l'anno scolastico. Mentre molti "esterni" esprimono le proprie considerazioni, la maggior parte a completo favore di questa metodologia di apprendimento temporanea, a pochi è venuta l'idea di chiedere a uno dei due gruppi interessati, gli studenti, di esprimere le proprie considerazioni riguardo tale tematica.

Ho quindi deciso di porre semplici domande a compagni di classe e amici legate alla loro personale esperienza riguardo la didattica a distanza. Non ho voluto riportare tutte le interviste,  bensì il quadro generale risultato da queste. 

Subito è stato possibile sottolineare la comune presenza, in tutte le esperienze di lock-down, di uno stress sempre crescente. Quest'ultimo, secondo gli intervistati, non è stato originato dalla didattica a distanza, ma è sfociata su di essa. L'origine va infatti trovata in un insieme di fattori legati alla convivenza ristretta all'ambiente domestico, al distanziamento sociale, alla limitata possibilità di sfogo e al deterioramento dei rapporti con i propri genitori. Lo stress accumulato  va quindi ad influire negativamente sulle prestazioni dell'alunno durante verifiche ed interrogazioni.

Il 24 Febbraio 2020, tutte le scuole italiane, di qualsiasi ordine e grado, hanno chiuso a causa del corona virus e non hanno più aperto. Questo anno scolastico non si finirà sui banchi, ma a casa e non è ancora chiaro come avverrà (se avverrà!) la riapertura l’anno prossimo. La nuova organizzazione scolastica durante la pandemia in Italia è stata molto criticata. Le lezioni si sono spostate su piattaforme online, ma non tutti avevano i mezzi per seguirle; c’è stato il problema dei voti, delle interrogazioni e, ovviamente, ci sarà il problema degli Esami di Stato.

Ma cos'è successo negli altri paesi? Com'è stato organizzato il lavoro scolastico all'estero? Che differenze con l’Italia? Come hanno vissuto il nuovo regime di lavoro gli studenti? Ho intervistato sei ragazzi e ragazze che vivono all'estero per scoprirlo.

La mia ricerca è partita dall'America. L’America, che ha reagito tardi nel contenimento del virus, ma che ha subito preso provvedimenti per quanto riguarda la scuola. In alcuni stati prima, in altri dopo, tutte le scuole sono state chiuse e le lezioni sono state spostate online. Ho raccolto la testimonianza di Charlie, uno studente al primo anno nella Yale University, il famoso college situato in Connecticut. Charlie è originario della Virginia e si era trasferito nel campus dell’università per seguire le lezioni. Appena si è iniziato a capire che la situazione dei contagi stava diventando sempre più seria, tutti i college, a partire da Marzo, hanno deciso di chiudere i dormitori, mandare gli studenti a casa e continuare le lezioni online.

“College is great, but I’m now back home in Virginia because all of our classes are online for the rest of the semester. It’s weird to be back, especially because everyone is staying inside.”

 

“Corsi e ricorsi storici” diceva Giambattista Vico ed è vero che spesso, quasi ciclicamente, all'uomo sono capitate pestilenze ed epidemie repentine e drammatiche con conseguente sacrificio di innumerevoli vite umane, ma nessuno si sarebbe mai immaginato nel 2020 un fenomeno di entità mondiale come il covid-19, che ha costretto alla chiusura di ogni attività e alla limitazione di ogni contatto umano al di fuori della stretta cerchia dei conviventi familiari, nell'interesse sanitario pubblico preminente.

I provvedimenti restrittivi assunti dai vari Stati hanno cambiato l'economia e la sfera delle libertà delle persone, in modo repentino e coattivo, sotto la supervisione della forza pubblica, un fenomeno fino a ieri inimmaginabile ed impensabile in nazioni in cui vige una repubblica di tipo democratico. Volendo o non volendo, tutte le persone si sono rese conto, visto il numero dei decessi e dei ricoveri, di quanto la salute pubblica sia preminente - a patto che i tempi non si allunghino oltre - su ogni e qualsivoglia altro valore o libertà.

Siamo ancora sullaTerra? Siamo umani o siamo diventati dei robot?

Possiamo dire che ciò che ha scritto Orwell in “1984” non era una previsione del tutto sbagliata sul futuro, su di noi, sulla tecnologia. Non viviamo più sul nostro caro pianeta, ma questo si è trasformato e sta continuando a cambiare. Il nostro mondo si è trasformato, è diventato una grande telecamera che riprende tutto e sa tutto di tutti. E’ impossibile non essere guardati, è impossibile restare soli. Come dice M. Castells in Galassia Internet: “Se non vi occuperete delle reti, in ogni caso saranno le reti a occuparsi d voi”. Si può dire addio alla nostra vecchia privacy. Ma ci siamo veramente ridotti a questo punto?

La tecnologia, Internet, i Social Network, i New Media hanno cambiato il nostro mondo, ma negativamente o positivamente?

 Tra la notte del 13 aprile e del 14 aprile 2018 i telegiornali hanno registrato la notizia che America, Francia e Gran Bretagna  avevano deciso di bombardare la Siria a causa dell’uso di armi chimiche. Ho cercato di capirne qualcosa di più e devo dire che non è stato semplice. 

Innanzitutto, ho cercato di capire perché da 10 anni (quasi metà della mia vita) la popolazione siriana è costretta a “convivere” con la guerra. Non ho trovato una verità assoluta, il fatto è che  nel marzo 2011 è esplosa la rivolta popolare contro il regime guidato da Bashar Assad che fa parte della comunità minoritaria degli alawiti e che è salito al potere nel 2000 per successione alla morte del padre Hafez. Gli alawiti sono una setta religiosa minoritaria in Siria, appena il 20%,  ma politicamente molto potente. A sua volta Hafez era salito al potere con un golpe nel 1970. 

Nel momento in cui è scoppiata la rivolta popolare Assad ha reagito con una fortissima repressione arrivando così ad una vera e propria lotta armata. 

L’opposizione al regime non è costituita da un gruppo unico ma da diverse fazioni all’interno delle quali ci sono fazioni nazionaliste, islamiste, qaediste ed anche l’Isis. Ulteriore problema in una situazione interna così complicata è data dal fatto che queste fazioni in guerra contro Assad non sono coese e spesso in lotta tra di loro per la conquista di una leadership. 

Ben mille volte sul mio labbro il tuo nome maledetto sarà. Ma io non mi rassegnerò

Leopardi è il maestro del sospetto, capace di smascherare i miti della civiltà moderna con una titanica forza distruttiva, attraverso il “pessimismo”: una visione scientifica, lucida e spregiudicata della realtà.

Più che mai in questo periodo di panico generale, è necessario il pessimismo e la freddezza che questo grande autore ha provato ad insegnare all’umanità,  per sviluppare un pensiero critico atto a difenderci e districarci tra l’impulsività dei comportamenti che la paura tende a far scaturire, e le conclusioni affrettate di blogger male informati, che creano una visione, migliore o peggiore, ma comunque distorta, di quella che è la realtà.

La vita stessa di Leopardi, d’altronde, è stata a lungo oggetto di fraintendimento, falsata inizialmente dai cattolici liberali: il poeta è diventato ormai l’immagine popolare di “uomo depresso e sopraffatto dalla vita, a causa della sua salute cagionevole”, anche a causa dell’errato insegnamento nelle scuole italiane, protrattosi fino a pochi anni fa: è il “cliché della Vita Strozzata”. Contrariamente a quanto si pensa, l’instabilità della sua salute crea nel poeta la coscienza del pesante condizionamento che la natura esercita sull’uomo e dell’infelicità dell’uomo come essere fisico.

La Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, indetta per il 6 aprile dalle Nazioni Unite, è caduta quest'anno nel pieno della pandemia da Corona Virus. La ricorrenza proclamata nel 2013 dall'Assemblea Nazionale dell'ONU, nel giorno in cui, nel 1896, ad Atene nascevano i primi Giochi Olimpici dell'era moderna, assume un particolare significato in questo 2020 che ha visto lo stop dello sport mondiale e lo storico rinvio al 2021 delle Olimpiadi di Tokyo.

“Lo sport abbatte barriere mentali, culturali e generazionali. Avvicina persone, paesi, popoli e rende liberi. Lo sport ha l'incredibile potere di creare speranze dove c'è disperazione” disse Nelson Mandela nel 2000 nel corso del toccante discorso inaugurale dei Laureus World Sports Awards. Queste parole ben delineano i valori della sport: resistenza, spirito di squadra, coraggio, impegno e disciplina, che ci aiutano ad affrontare l'attuale pandemia da Covid-19.

Potrà non essere carino parlare di una festività quando è già passata, ma di fronte a questa situazione, di fronte a questa immagine in particolare, sono serviti un paio di giorni per fare ordine tra i pensieri. Il titolo dell'articolo è una citazione ad un programma televisivo di La7, in cui nell'ampio racconto della realtà di oggi il presentatore conclude la riflessione con: "C'è sempre il sole il 25 aprile; pure quando fuori c'è nuvolo, il 25 aprile c'è il sole. E se credi che il 25 aprile sia tutto l'anno, per tutto l'anno ci sarà il sole". È un messaggio disarmante nella sua chiarezza: ciò che ricordiamo e che festeggiamo durante questa ricorrenza è così importante da poter illuminare la via in ogni situazione. Anche in quella che affrontiamo oggi, viene da pensare. Ma in che modo il 75° anniversario della Liberazione dovrebbe indicarci la rotta da seguire durante la pandemia e -soprattutto- durante la catastrofica crisi che ci attende non appena avremo messo sotto controllo il virus?


Il film AGORA’” racconta una vicenda ambientata in una situazione sociale e religiosa realmente avvenuta, precisamente alla fine del quarto secolo, quando nellImpero Romano si afferma il cristianesimo. Fra i personaggi realmente esistiti e di grande carattere è bene osservare la figura di Ipazia, donna colta e desiderosa di aiutare gli altri con le sue arti: figlia del filosofo Teone. Ipazia ha potuto dedicarsi completamente alla filosofia, che in quei tempi costituiva tutto il sapere, dalla scienza alla matematica, allastronomia e così via

Gli spettatori assistono allinaspettata conversione al cristianesimo di uno dei protagonisti, lo schiavo Davo. Egli si fece influenzare da un violento parabolano, nome con il quale si indicava una setta di fanatici religiosi. In quellepoca i cristiani difendevano le verità del proprio credo in modo talvolta violento e provocatorio, maltrattando pagani nelle piazze e distruggendo le loro biblioteche, considerate anchesse pagane.

AGORA’” mette quindi in evidenzia il fanatismo e il fondamentalismo delle vecchie comunità cristiane, che portarono alla morte di Ipazia. Il fondamentalismo venera in maniera esagerata il testo sacro e disprezza tutto ciò che lo può contrastare; non a caso, dopo la lettura di un testo di San paolo da parte del vescovo Cirillo riguardo allinferiorità femminile, la filosofa cominciò ad essere un facile bersaglio, più di quanto già non lo fosse. Tale atto è unintolleranza di genere e religiosa. Ciò che più creò in Cirillo il desiderio di eliminarla definitivamente furono il fatto che si trattasse di una donna e la sua inclinazione al pensiero libero e inarrestabile.

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