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Due mesi e mezzo da quel lontano 24 febbraio. Due mesi di dubbi, incertezze, paura degli orizzonti che il mondo ci avrebbe offerto: il desiderio di un futuro florido lontano da pandemie e odio andava scemando sotto i colpi di un conflitto che inesorabile stronca vite innocenti, turba gli animi di tutti noi occidentali graziati dal privilegio sociale. La tempesta scuote città, devasta abitazioni, infrange sogni e aspirazioni: solo il freddo silenzio conserva la memoria di chi, sotto la turpe violenza, già ha emesso i propri ultimi sospiri e giace esanime lungo il bordo della strada. 
 
<<E' un dio che è morto, ai bordi delle strade>> cantava Guccini e, prescindendo da religione e fede, tale espressione sembra consona al silenzioso dolore di Mariupol', agli orrori di Bucha, agli scontri all’Azovstal', a quei luoghi narrati dal giornalismo ma dimenticati dai più alti numi di pace e libertà. Comunità stroncate e decimate, campagne teatro di crudi scenari sono ormai entrati nell'immaginario collettivo come nudi e freddi campi di combattimento.
 
Il tempo inesorabile scorre, noi studenti continuiamo i nostri progetti, gli adulti i loro impegni, mentre là, oltre l'ideale linea Occidente-Oriente, la morte imperversa fra i diversi gradi sociali, senza distinguere fra ricchi e meno agiati, vecchi e giovani, forti e deboli. Non c'è da meravigliarsi, la guerra sempre è esistita e da sempre agisce allo stesso modo nel vile disinteresse verso chi ne soffre le pene, privando gli afflitti della speranza che il futuro sappia risanare le ferite e riporti la quiete. 
 
Chi sono gli ucraini per meritarsi ciò? Chi siamo noi per emettere spudorate sentenze pur restandone esenti al caldo nelle nostre case? Interrogativi che movimentano la mia mente da tempo, mai prima d'ora così conscia della fortuna di essere chi sono, di trovarmi dove sono: il tipico occidentale spaesato, assetato di conoscenza ma spesso turbato da quella voglia di sapere più di quanto mi competa, consapevole della mia incapacità di poter fare qualcosa, vigile ma con le mani legate.
 
Abbandono: trovo che questa sia la più alta forma di viltà e disprezzo che noi uomini estranei possiamo compiere nei confronti di un popolo ferito. Non giudico né quello fisico nè certe promesse politiche, ma rifletto sul puro silenzio morale: ‘finchè non tocca a noi, non c’è da preoccuparsi più di tanto’; questa mentalità egoistica ha senza dubbio tentato, sebbene indirettamente, almeno una volta la coscienza di ciascuno di noi. Dobbiamo rinforzare i ponti, senza abbatterne i sostegni.
Così la ricorrente invocazione del Papa stimola alla riflessione: <<Dobbiamo essere costruttori di ponti, non muri.>>
 
Ipotetico filo di salvezza fra chi si trova al fronte e chi in tribuna è la partecipazione collettiva culturale, in ogni sua faccia: quell’ideale connessione volta a riunire e non escludere - sebbene sia forte la tentazione di prendersela con chi porta il peso di appartenere a uno Stato aggressore - deve farsi carico di conservare le comuni tradizioni, di saper mantenere viva la memoria di ciò che ha fatto la storia di un continente. Non sarà una bomba ad impedire ad un piano di suonare in una casa diroccata, non sarà un conflitto a sottrarre Dostoevskij ai teatri europei. 
 
La cultura è patrimonio e come tale va preservata. Non dimentichiamo mai quanti siamo e chi siamo.
 
 
 
 
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