Penso che i romanzi neorealisti siano un vero e proprio tesoro per tutti coloro che non hanno vissuto la guerra sulla propria pelle. Questo perché l'orrore che il popolo ha subito non è raccontato a scopo documentativo, come accade nei libri scolastici o nei musei, ma da un punto di vista umano e personale, a cui è impossibile rimanere indifferenti e non notare come le emozioni, i legami e gli affetti si siano modificati durante la guerra.

Inoltre, nonostante la realtà in cui vivono i personaggi sia molto diversa dalla nostra, non è difficile rivedersi in essi: sono imperfetti ed umani con tutte le loro fragilità e non hanno niente a che vedere con l'eroe romanzato dei libri d'avventura.
Il primo tema su cui ho riflettuto è senza dubbio il concetto di solidarietà, un valore, a mio parere, un po' dimenticato in un mondo individualista come il nostro. Il libro in cui ho avvertito di più questo senso di fratellanza è "Metello", di Vasco Pratolini, in particolare quando l'omonimo protagonista rifiuta un ruolo di comando che gli era stato offerto per non tradire i suoi compagni e ciò in cui crede. Ho anche notato che, sebbene la gente avesse poco e niente, era sempre pronta a condividerlo: un esempio lampante sono le famiglie delle campagne che spesso provvedevano anche a sfamare i Partigiani affamati durante le loro missioni.
Un altro degli aspetti che più mi ha colpito è la determinazione a cambiare il mondo, che accomuna un po' tutti i personaggi: infatti, nonostante le situazioni durissime affrontate, i protagonisti non hanno mai smesso di lottare per la giustizia, la libertà ed i loro ideali. A questo proposito mi viene in mente Milton (il protagonista del romanzo di Fenoglio, "Una questione privata"), che incarna perfettamente il concetto di determinazione e di speranza, anche quando non si riesce a pensare neanche ad un singolo motivo per averne.
Ciò che però traspare di più dalle pagine dei libri è la voglia di libertà, il voler riappropriarsi della propria vita dimenticando le sofferenze passate. Sappiamo che non è possibile eliminare il dolore che chi ha vissuto certi orrori si porta dentro, ma si possono ricordare i fatti accaduti per fare in modo che non si ripetano, per non privare mai più nessuno della propria libertà.
Concludo con una frase tratta da "La casa in collina", di Cesare Pavese, che mi ha colpito moltissimo e che esprime al meglio il concetto precedente: "E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero."
Aggiungo che la guerra è stata combattuta da persone, da coloro che perseguivano tutti questi ideali e che solo grazie ad essi hanno formato la Resistenza, alla quale dobbiamo essere infinitamente grati, perché ci ha dato la cosa più importante: la libertà.

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