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Difficile è creare una ricetta universale per la felicità, in quanto ognuno è dotato di sensibilità singolare che caratterizza la personalità individuale e coincide con l’io più profondo. Prova ne sia che nella storia della letteratura sono state proposte diverse soluzioni esorcizzanti il “tedio” leopardiano e l’”ultima linea rerum”. Basti pensare al “carpe diem” oraziano, alla luce abbagliante della saggezza epicurea di Lucrezio e alla necessità senecana di investire il tempo dedicandolo a noi stessi, la più alta forma di egoismo. La naturale tensione dell’uomo coincide con l’atteggiamento titanico di Leopardi, volto alla ricerca di un obiettivo. La perdita del “fine” rende la vita arida. Gli adolescenti contemporanei sono figli di una società generata dall’inetto novecentesco, che costituisce la più profonda denuncia del cortocircuito produzione-consumo. Il sentimento dilagante è, quindi, la perdita di senso della vita e l'ansia, incrementata anche a seguito della pandemia. La sterilità delle nuove generazioni e dell’intera società, dovuta alla denaturazione stessa dell’umanità, corrisponde alle conclusioni di Leopardi: non è vivere, ma un puro esistere.

Dal punto di vista sociologico il problema è l’estrema dicotomia tra esteriorità e interiorità, che individualmente si è trasmutato nell’impossibilità di aderire alla vita. I giovani, in mancanza di stimoli, si abbandonano, nella maggior parte dei casi, al torpore dell’animo senza reagire come, invece, propone Leopardi. Il tentativo di evitare la pugnace inerzia, “fuggendo di godimento in godimento”, non rappresenta un atteggiamento efficace, come ricorda anche Orazio: “caelum non animum mutant qui trans mare currunt”. Il male interiore è complicato da debellare. Tanto è vero che è sempre esistito, trattato anche nella letteratura latina (“funestus veternus”), fino a diventare oggi una condizione fin troppo comune. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica JAMA Pediatrics un adolescente su quattro soffre di disturbi depressivi. Uno scopo è la linfa vitale, e la sua perdita ci rende sonnambuli.

Realizzare sé stessi significa perseguire le proprie aspirazioni, altrimenti saremmo incompleti, come un discorso senza conclusione. Tutti hanno bisogno di esprimersi anche attraverso l’agire.  I giovani, in realtà, si sono dimenticati di essere fabbriche di sogni, si sono addormentati. Hanno bisogno di combattere contro sé stessi per risvegliarsi e rendere realtà i loro desideri, sfruttando la primavera della loro vita, seguendo l’insegnamento leopardiano, perché giunti al traguardo finale possano essere soddisfatti ed alzare la “coppa” al cielo, esultando per aver concretizzato tutti i loro progetti.

Giulia Porcile

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