Col diffondersi del virus è entrato in crisi il mito della modernità. La scienza e la tecnologia avevano alimentato le nostre sicurezze su uno stato di benessere pressoché garantito. Proprio queste sicurezze iniziano a vacillare ora più che mai.

Tornano alla nostra memoria le epidemie del passato, in particolare quelle descritte nelle grandi opere letterarie, tra cui quella del 1348 descritta nel Decameron e quella portata dai Lanzichenecchi nel XVII secolo, raccontata da Manzoni. Nella nostra memoria troneggia la “Spagnola”, che fece più vittime della stessa Prima guerra mondiale.

Oggi, al pari dei periodi di calamità ricordati, torniamo a fare esperienza della vulnerabilità del nostro vivere. Ciò ci allontana dalle nostre sicurezze, stravolge le nostre certezze, alimentate dall’imponente sviluppo tecnologico che credevamo ci assicurasse uno stato di predominanza sulla natura stessa. Il virus, anzi, utilizza per diffondersi il fenomeno della globalizzazione, che ha caratterizzato lo sviluppo dell’uomo negli ultimi decenni.

Prendiamo nuovamente coscienza della bellezza della vita, come di un bene così delicato che, in qualsiasi momento, può andare perso, e della fragilità della natura umana che, nonostante lo sviluppo tecnologico, risulta sempre essere esposta alle intemperanze della natura.

Il virus stravolge le nostre certezze, cambiando le nostre abitudini, fino ad obbligarci al distacco fisico con le persone. Prendiamo così coscienza delle grandi fortune che prima davamo per scontate: uscire con gli amici, passeggiare all'aria aperta, fare sport e che ora risultano essere così assenti dalle nostre vite, paralizzate e spogliate delle tante gioie di cui ci circondavamo.

طراحی وب سایت