Quando l’alleato fa paura: Trump e la crisi della NATO

Il futuro della NATO appare sempre più fragile alla luce delle recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla Groenlandia. L’isola artica, formalmente parte del Regno di Danimarca e quindi di uno Stato membro dell’Alleanza Atlantica, è diventata il centro di una disputa che rischia di minare le basi della cooperazione occidentale. Secondo molti leader europei, un’eventuale aggressione degli Stati Uniti alla Groenlandia rappresenterebbe «la fine della NATO», perché violerebbe il principio di difesa collettiva su cui è fondata l’alleanza.

Nel corso di un’intervista, Trump ha rifiutato di chiarire se la sua priorità sia preservare l’unità dell’Alleanza o ottenere il controllo della Groenlandia, arrivando a dichiarare che potrebbe essere costretto a scegliere. Ha inoltre affermato che senza il sostegno statunitense la NATO perderebbe rilevanza strategica, sostenendo che né la Russia né la Cina temerebbero un’Alleanza priva della leadership americana. Questa posizione appare particolarmente significativa se si considera che gli Stati Uniti contribuiscono a circa il 70% della spesa militare complessiva della NATO, mentre molti Paesi europei faticano ancora a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa.

L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia è legato soprattutto alla sua importanza strategica ed economica. L’isola occupa una posizione chiave nell’Artico, regione che, a causa dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più accessibile. Secondo diverse stime, il traffico marittimo lungo le rotte artiche potrebbe aumentare fino al 50% entro il 2035, riducendo drasticamente i tempi di percorrenza tra Asia, Europa e Nord America. Controllare la Groenlandia significherebbe per Washington monitorare i movimenti della Flotta del Nord russa e rafforzare la propria presenza militare in una delle aree più sensibili del pianeta.

Dal punto di vista economico, la Groenlandia possiede ingenti risorse naturali. Oltre a potenziali giacimenti di petrolio e gas, l’isola ospita terre rare fondamentali per la produzione di microchip, batterie e tecnologie militari avanzate. Attualmente la Cina controlla circa il 60–70% della produzione mondiale di terre rare, un dato che spiega la crescente preoccupazione statunitense nel ridurre la dipendenza da Pechino.

Tuttavia, la posizione di Trump ha suscitato forti reazioni politiche internazionali. Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha sottolineato che «la Groenlandia appartiene al suo popolo», e che nessuna decisione può essere presa senza il consenso della Danimarca e della popolazione groenlandese.

Allo stesso modo, il primo ministro della Groenlandia ha affermato con fermezza che i cittadini «non vogliono diventare americani» e che desiderano che il futuro dell’isola sia deciso da loro stessi, non da potenze esterne.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha riconosciuto che l’apertura delle rotte artiche sta aumentando la competizione strategica tra grandi potenze, mentre molti leader europei — tra cui Francia, Germania e Regno Unito — hanno espresso solidarietà a Danimarca e Groenlandia, affermando che l’isola «appartiene ai suoi abitanti» e che il rispetto della sovranità è una condizione fondamentale per qualsiasi dialogo. Più ambigua appare la posizione del governo italiano, preoccupato di non irritare Trump.

Un’altra voce critica viene dal ministro degli Esteri danese, che ha parlato di «profondo disaccordo fondamentale» con l’amministrazione americana sulla questione groenlandese, pur auspicando un dialogo continuativo per affrontare preoccupazioni di sicurezza condivise senza minare la sovranità nazionale.

Se gli Stati Uniti possono appropriarsi di una terra che non gli appartiene, la Groenlandia, nulla impedisce ad altri Paesi di seguirne l’esempio. La Cina potrebbe sentirsi incoraggiata a spingere su Taiwan, territorio cinese secondo il diritto internazionale. vedendo come l’unilateralismo armato sia più efficace della diplomazia. Questo scenario evidenzia i rischi di un effetto domino globale: territori strategici minacciati, alleanze indebolite e tensioni regionali in aumento, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per la stabilità mondiale.

In definitiva, la vicenda della Groenlandia dimostra che, quando gli interessi strategici entrano in gioco, alleanze, regole e diritto internazionale diventano improvvisamente “negoziabili”. Se la NATO deve sopravvivere solo finché coincide con la volontà di una singola potenza, allora il problema non è l’Artico, ma l’idea stessa di alleanza. E a quel punto, più che di sicurezza collettiva, si parla di forza mascherata da cooperazione.

Mentre le grandi potenze giocano a Risiko con il mondo, noi restiamo a guardare… ci vediamo alla prossima!

Fonte: Il Contesto, con Maurizio Boni

Autore: Ferrua Samuele