A distanza di tre anni dall’inizio dell’invasione russa nei territori ucraini, si può notare la difficile posizione dell’Unione Europea. Il conflitto ha evidenziato la sua incapacità di rispondere con una politica autonoma, lasciandole il ruolo di spettatrice in un match dominato da Russia e Stati Uniti. L’Ucraina, sostenuta tutt’oggi dall’Europa, si trova a dover affrontare difficoltà economiche ed umane. Questo ha avuto ripercussioni sull’UE, che sembra sprofondare in un vortice di paranoia e paura: “Viviamo in tempi pericolosi, la sicurezza dell’Europa è minacciata in modo serio, la questione ora è se saremo in grado di reagire con la rapidità necessaria”. Così si esprime la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha presentato il piano “Readiness 2030”, per aumentare la spesa europea nella difesa.
Una risoluzione europea di gennaio 2025 parlava di “piena vittoria militare dell’Ucraina”, ciò rappresenta un chiaro segno di distacco dalla realtà, l’UE appare incapace di riconoscere che una vittoria militare ucraina è sempre più improbabile. La politica dell’invio di armi non ha prodotto i risultati sperati, se da un lato supporta il fronte ucraino, dall’altro alimenta l’estensione del conflitto; pertanto, fornire armi non conduce alla pace ma solo a un’escalation che finisce per danneggiare ulteriormente i civili e la stabilità dell’Europa stessa.
La crescente distanza tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti è ormai palese; mentre gli USA sembrano favorire una pace rapida, che necessariamente potrebbe implicare dei compromessi con la Russia, l’UE appare divisa e priva di una sua strategia per uscire dal conflitto. L’Unione Europea non ha voce nelle trattative che riguardano il futuro dell’Ucraina e il conflitto con la Russia e si rifugia nel riarmo. In realtà, il fatto che Trump possa trattare direttamente con Putin, e raggiungere un accordo di pace sottoscritto perfino dall’Ucraina, senza il coinvolgimento dell’Europa, evidenzia la scarsa importanza di quest’ultima nella gestione dei conflitti mondiali, sottolineando il suo fallimento nella politica estera.
“La Russia ora produce in tre mesi le munizioni che l’intera NATO, nonostante sia venti volte più grande della Russia in termini economici, produce in un anno”: Mark Rutte , segretario generale della Nato, mette in luce la disparità nelle capacità di produzione militare tra la NATO e la Russia; nonostante un vantaggio tecnologico, la NATO sembra non riuscire a tenere il passo con l’industria bellica russa, la quale ha mostrato resilienza. Questa disparità rivela anche la debolezza delle capacità sistemiche della NATO che sono fondamentali per sostenere un conflitto più a lungo.
Per contro, le sanzioni imposte alla Russia e la rottura delle relazioni con Mosca hanno avuto ripercussioni per l’economia europea. L’inflazione è aumentata di gran lunga, il costo dell’energia è salito e i settori più poveri della società hanno pagato il prezzo più alto; una sconcertante politica estera ha aggravato la crisi economica interna senza generare risultati concreti sul piano geopolitico. Il blocco delle importazioni di gas e petrolio dalla Russia hanno avuto un impatto diretto sui cittadini europei, l’aumento dei costi energetici ha fatto lievitare il prezzo della vita e l’Europa non ha ancora sviluppato una strategia energetica alternativa. In questo contesto critico la presidente della Commissione Europea ha sostenuto il piano Readiness 2030, progetto diviso in cinque punti, che intende mobilitare 800 miliardi di euro in risorse da spendere nei settori legati alla difesa, in maniera più massiccia e veloce possibile. Il piano ha diviso l’opinione pubblica, si contesta il rischio di alimentare le tensioni internazionali anziché attenuarle e indebolire le politiche sociali, privilegiando il comparto militare a scapito di settori come sanità e istruzioni.
Di fatto, la politica estera dell’Unione Europea si è costruita sulle illusioni, non ha saputo leggere la realtà e questo ha portato alla fallimentare gestione della crisi Ucraina. L’Europa ha subìto una marginalizzazione politica e una crisi economica con conseguenze devastanti per il suo futuro geopolitico e sociale. In un mondo diviso, l’UE dovrebbe fare i conti con le sue debolezze strutturali e, non essendo riuscita ad emergere come una protagonista nella risoluzione della crisi Ucraina, ora si trova davanti alla sfida di individuare una nuova classe politica, meno irrazionale e più preparata, per riconquistare un ruolo di rilievo sulla scena mondiale.

