ReArm e Prontezza 2030. L’Europa delle contraddizioni.

“Viviamo in tempi pericolosi, la sicurezza dell’Europa è minacciata in modo serio”, così esordisce Ursula Von Der Leyen, presidente della commissione europea, a sostegno di “Rearm Europe”, nuovo piano di riarmo appena approvato “per garantire l’integrità europea”. Questa scelta, soggetta a molte critiche, è stata presa in risposta alla politica nazionalista attuata da Trump. Gli Stati Uniti, infatti, si sono dichiarati meno disposti a sostenere noi europei dinanzi a minacce esterne e conflitti. Perché, però, questo “bisogno” impellente di riarmarci? Perché l’Europa teme di doversi difendere in un futuro non poi così remoto?

Nel quadro politico mondiale, l’Unione Europea di fronte al conflitto Russo-Ucraino si sta rivelando sempre più impotente, tanto da essere esclusa dai tavoli di pace, a testimonianza della scarsa considerazione che gli altri stati hanno di noi. Il motivo per cui siamo stati estromessi dalle trattative è che, in questi tre anni di conflitto, abbiamo di fatto contribuito negativamente al raggiungimento di una pace solida e duratura.

Innanzitutto, bisogna partire dal presupposto che gli stessi politici europei non hanno ancora realizzato, probabilmente poiché annegano nella loro stessa propaganda, che noi in questa guerra abbiamo perso. Ci siamo schierati con l’Ucraina che sta obiettivamente uscendo sconfitta dal conflitto mentre la Russia ne esce rafforzata. La commissione europea è ancora convinta di poter vincere una guerra che dovrebbe in realtà ammettere di aver già perso; i grandi proclami di Zelensky su ipotetici piani di vittoria o su fantomatiche armi magiche (come i carri armati Leopard tedeschi e gli aerei F-16 american), sono ormai inutili operazioni propagandistiche cavalcate inspiegabilmente anche dalla maggior parte dei media.

In secondo luogo, l’apporto europeo si è rivelato spesso controproducente nelle trattative, che da tre anni sabotiamo sistematicamente. Questa guerra non doveva iniziare: l’Ucraina avrebbe dovuto rispettare gli accordi di Minsk (2014). Questo patto consisteva nel rispetto dell’autonomia delle comunità Russe nello stato e, soprattutto, nella neutralità dell’Ucraina. Noi europei, come disse anche Papa Francesco, non avremmo dovuto infastidire la Russia avvicinandoci ad uno dei pochi “stati cuscinetto” che la separano dalla NATO; infatti l’attacco russo era già stato annunciato dal 2008 in risposta ad una ipotetica entrata dell’Ucraina nella NATO. Nel 2022 però, abbiamo perso l’occasione di terminare un conflitto che ci aveva già lasciato in eredità trecentomila morti. 

Ad Istanbul, nel marzo-aprile di quell’anno, si tenne un tavolo di pace che avrebbe sancito la fine delle ostilità, ma il ministro inglese Boris Johnson convinse gli ucraini della certa vittoria e le operazioni belliche non si fermarono. Ecco quindi fallire improvvisamente un accordo di pace che sembrava ormai concluso fra russi e ucraini. Come confermato da varie voci, infatti (in particolare da Naftali Bennet, ex primo ministro israeliano, e da David Arakhamia, consigliere del leader ucraino), sono stati gli Stati Uniti di Biden e l’Inghilterra a far saltare gli accordi.

Inoltre, il cambio di presidenza americano ha segnato l’effettiva subordinazione dell’Europa rispetto ai “Giganti” mondiali. Il Rearm Europe ne è l’ennesima conferma: ora che l’America ci ha “voltato le spalle” ci siamo scoperti tremendamente fragili, sconfitti in una guerra della quale, masherati dietro la retorica della difesa della democrazia, siamo stati in realtà i più grandi promotori. Lo stesso Harald Kujat, ex comandante NATO, ha dichiarato mesi fa che l’abbandono dei negoziati segnerebbe un disastro per la sicurezza europea. I tentativi di indebolire la Russia si sono rivelati controproducenti; le sanzioni applicate non hanno colpito l’economia russa, basata sul settore primario, ma hanno finito per indebolire gli stessi europei, impossibilitati ad acquistare a basso costo le materie prime russe, che il governo di Putin ha in realtà riversato, senza difficoltà, su altri mercati, subendo limitati contraccolpi economici.

Oggi i vertici europei alimentano il timore della Russia, ma gli USA non sono più disposti a sostenere la guerra e, se vogliamo continuare su questa folle strada, saremo costretti a spendere nei prossimi cinque anni tutti i miliardi che, non spesi nei decenni precedenti, avevano fatto la fortuna delle nostre economie. ReArm EU, poi ribattezzato “Prontezza 2030”, è un’operazione di riarmo che andrà ad incidere drammaticamente sulla situazione debitoria di nazioni già pesantemente esposte, come l’Italia, ma soprattutto prepara una nuova devastante guerra in Europa.

In conclusione siamo di fronte ad anni di crisi per la politica europea e dobbiamo affrontare gli effetti delle nostre scelte errate. La corsa alle armi si sarebbe potuta prevenire con politiche più consapevoli. Possiamo augurarci che la scena politica europea ritorni ai principi diplomatici e pacifisti delle origini, che hanno reso, per vari decenni, l’Unione Europea ricca e stimata. La nostra avvedutezza è stata a lungo apprezzata, e, ritrovarci oggi esclusi dai tavoli di pace, è sicuramente un segnale della crisi che gli stessi politici europei hanno preparato e ci lasciano in eredità.