Trump, il pirata e il petrolio del Venezuela

(Articolo di Giacomo Romagnoli) –

Il Venezuela detiene le maggiori riserve petrolifere al mondo, con circa 300-304 miliardi di barili di greggio — circa il 17-18% del totale globale, più di Arabia Saudita e Iran. La maggior parte di questo petrolio si trova nella Cintura dell’Orinoco, una regione di greggio pesante e extra-pesante, più costoso e complesso da estrarre e raffinato rispetto ai greggi leggeri.  

Tuttavia, nonostante queste riserve enormi, la produzione reale del Venezuela si è drasticamente ridotta negli ultimi decenni. A causa di mancanza di investimenti, infrastrutture degradate e, soprattutto, sanzioni internazionali (Stati Uniti in testa), il paese produce oggi meno di 1 milione di barili al giorno (circa l’1% della produzione mondiale), ben al di sotto dei livelli di oltre 3 milioni di barili al giorno registrati negli anni ’90 e primi anni 2000.

All’inizio del 2026 gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, accusati inizialmente di traffico di droga e altri reati. Questo evento — senza precedenti nell’America Latina contemporanea — si è poi rivelato per quello che era: un atto di pirateria per impossessarsi dei giacimenti di petrolio del Venezuela.  

A proposito di pirateria, Washington ha imposto una blocco navale e sequestri di petroliere sospettate di aggirare le sanzioni, riducendo drasticamente la capacità venezuelana di esportare greggio verso i mercati internazionali. 

Il Venezuela resta un colosso petrolifero sulla carta: enorme potenziale ma limitato nel breve periodo dalla debolezza dell’industria e dalle tensioni geopolitiche. Gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di controllare e sfruttare direttamente queste risorse, ma lo scenario resta fluido e controverso.

Giacomo Romagnoli.